Una Stanza Tutta per Sé. A Room for One’s Own. Virginia Woolf, 1929

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Una Stanza Tutta per Sé è pubblicato per la prima volta nel 1929. Si basa su due conferenze tenute da Virginia Woolf  nel 1928 presso i college femminili Newnham e Girton dell’Università di Cambridge.
In questo saggio Virginia sviluppa un discorso articolato e innovativo sul tema “le donne e il romanzo”. 

Il libro è oggi annoverato fra le più grandi opere femministe di tutti i tempi e rappresenta anche una meravigliosa riflessione sull’essenza stessa dello scrivere e su cosa significhi farlo veramente.

Il ragionamento si snoda toccando il tema in profondità e creando, come sempre nel caso di Virginia, una prosa magica e coinvolgente in cui la struttura narrativa e l’impianto concettuale armonizzano magistralmente a supporto dell’argomentazione principale: ossia che una donna ha bisogno di una stanza tutta per sé e di una rendita minima di 500 sterline per poter mettere a frutto un talento di scrittrice.

La struttura narrativa

Questo trattato usa ironia e immaginazione, analisi sociale e satira per rendere intellegibile il percorso mentale che ha condotto Virginia a elaborare l’argomentazione della stanza. Inoltre, per cercare di spiegarne la genesi in modo ancor più vivido lei decide di usare una struttura narrativa molto particolare. Crea un saggio-romanzo che si avvale di una cornice che le permette di assumere la voce di diverse donne.

“Chiamatemi Mary Beton, Mary Seton, Mary Carmicheal” dice in apertura riferendosi alle tre Marie a cui si accenna nella conclusione della celebre ballata Mary Hamilton. Così, diluendo la sua personalità nel famoso trio femminile riesce a delineare un excursus storico-sociale della condizione della donna attraverso una prospettiva allo stesso tempo personale ed esemplificativa.

L’impianto concettuale

Questa caratterizzazione sfaccettata della voce narrante si consolida, per ragioni formali, nella figura di un’unica donna che sarà Mary Beton: seduta su un prato, presso la riva di un fiume, nel parco del campus di un college, medita.

Il campus rappresenta il simbolo della società patriarcale reso esplicito dalla reazione di disappunto del bidello davanti all’audacia di questa donna che siede per terra e decide di camminare in mezzo al campus sull’ordinata erba curata e non sul vialetto apposito.

In seguito, l’azione narrante passa dal campus alla stanza di Mary. Qui lei si muove, prende un libro, lo apre, lo chiude, lo posa, si avvicina alla finestra e compie vari gesti che accompagnano i suoi pensieri. Mentre si sposta all’interno stanza, Mary ricostruisce il percorso letterario di grandi autrici del passato fra cui Jane Austen, Charlotte Bronte e un’immaginaria sorella di Shakespeare che spera un giorno di diventare scrittrice.

Di ognuna analizza la personalità in relazione ai limiti impostigli dal loro sesso. Jane li trascende e li ingloba nella suo carattere, mentre Charlotte li affronta ma non riuscendo a consapevolizzarli del tutto e li fa riemergere nella rabbia che la sua prosa sottende. La triste storia che avrebbe visto protagonista un’ipotetica sorella di Shakespeare non fa altro che confermare l’argomentazione principale di Virginia.

Le donne anche le più determinate a mettere a frutto il proprio talento hanno incontrato e continuano a incontrare troppi ostacoli. Dovrebbero essere libere di avere i mezzi che li abbattano: una stanza tutta per loro, ribadisce Virginia, e una rendita di almeno 500 sterline.

Il tema della stanza

Il leitmotiv della stanza è presentato in modo davvero originale e contribuisce ad aumentare la forza vivida dell’argomentazione. L’ambientazione dell’azione narrante che passa dal college, simbolo della società patriarcale, alla stanza, grembo e prigione dell’anima femminile, fa si che il tema non rimanga circoscritto. Così si allarga, fino a comprendere tutti gli aspetti dell’esperienza umana: la natura, la cultura, la storia e infine la realtà stessa nella sua inquietante e, allo stesso tempo, appassionante molteplicità.

Sostenendo il discorso sui diritti umani, civili e letterari delle donne lungo un percorso intra-diegetico che conduce concretamente verso l’immagine della stanza, l’autrice riesce a scardinare i principi della società patriarcale, con naturalezza e arguta logica intellettuale.

L’originalità

Il libro, come si diceva all’inizio, è annoverato fra i più grandi saggi femministi di tutti i tempi ma leggendolo con attenzione s’intuisce subito come parte del suo valore risieda nel presentare la questione dei diritti delle donne attraverso l’uso della logica e non tramite quello di meccanismi o umori di rivalsa, di contrapposizione o polemica contro il sistema valoriale tradizionale vigente nell’Inghilterra d’inizio 1900.

Grazie all’eccellenza narrativa di Virginia, il legame proporzionale tra la possibilità per le donne di diventare scrittrici e i loro diritti si delinea in modo naturale nella mente del lettore.

Questo avviene perché quello che Virginia ha veramente a cuore, non è inveire contro il sesso maschile o fare polemiche finalizzate a sé stesse, quanto spiegare a donne e uomini l’importanza dell’essere scrittrici e scrittori e dimostrare come i limiti sociali imposti alle donne vincolino la libertà intellettuale delle prime e anche la possibilità dei secondi di superare le barriere concettualmente limitanti che il loro ruolo impone.

Saper scrivere vuole dire saper trascendere la vita e se stessi e questo non è possibile se le donne sono tenute lontane dalla cultura e gli uomini continuano a ragionare attraverso pregiudizi e bigotteria. La vera scrittrice o il vero scrittore in fatti è per Virginia un’entità androgina capace di accogliere sia gli aspetti femminili sia quelli maschili dell’esperienza umana e di svilupparli per accedere alla dimensione dove la prosa è creata e spinta in profondità fino a diventare poesia.

Quando la prosa diventa poesia

L’argomentazione principale quindi è confermata ma sembra sottendere una speranza: quella che in futuro a ognuno, donna e uomo, possa essere concesso di avere lo spazio, il tempo e gli strumenti per guardare e capire la realtà, farla entrare dentro di sé e poi metterla da parte, diventando donne e uomini completi e potenziali scrittrici e scrittori.

L’espressione letteraria per Virginia nasce dal complesso nodo che lega le nostre prime esperienze a ogni scelta successiva. Nella scrittura le esperienze vissute si mescolano con le fantasie, i sogni e le proiezioni. Nel suo Diario, Virginia, racconta come i libri si formino nella sua mente e nel suo cuore strato dopo strato, crescendo lentamente. Da questo lavoro progressivo, nasce un genere di realtà differente rispetto a quello cui siamo abituati, forse più vero e concreto.

Per poterlo generare bisogna possedere gli strumenti per sviluppare quella facoltà poetica e conoscitiva che Immanuel Kant aveva già prima intrinsecamente legato alla vera arte. Essa si raggiunge trascendendo la propria personalità e trovando una voce universale che possa accedere a una realtà vera e raccontarla. Servono sensi raffinati che possano trasformare le intuizioni e le sensazioni in metafore, simboli e parole. Serve quindi anche lo spazio, il tempo e i mezzi per poterli affinare.

E allora si giunge in profondità e si accede allo strato impenetrabile su cui poggia l’essere umano in tutte le sue contraddizioni e sfaccettature, si arriva a spingere la prosa fino a farla diventare poesia che è, secondo Virginia, la meta ideale per ogni persona che scrive. La poesia non è intesa come impostazione formale, quanto come capacità introspettiva e comunicativa evoluta.

La mente ideale della persona che scrive

Si arriva così a conclusione del libro, avendo in mente un’immagine chiara di quella che potrebbe essere la meta ideale per chiunque si accinga a scrivere: una persona definita dall’unione di tre livelli di conoscenza esperienziale.

Il primo di questi livelli è un percepire femminile emancipato che possa non preoccuparsi del proprio sostentamento e contare su uno spazio dove poter riflettere. Un sentire che, dopo essere stato chiuso per anni nelle stanze dalle convenzioni sociali, si liberi e faccia della sua prigione uno strumento di emancipazione intellettuale mettendo a frutto il tempo e la possibilità di disporre di sé liberamente.

Il secondo è un percepire maschile, che riesca a trascendere i privilegi/costrizioni del ruolo tradizionale di patriarca e imparare a contare su uno spazio riflessivo, dove l’azione non si configuri come prevaricazione ma come comunicazione reciproca e scambio con ciò che è diverso e inconsueto.

Il terzo livello è rappresentato da una mente androgina, che sappia far confluire nella scrittura la sua parte femminile e la sua parte maschile in modo che convivano in armonia. La teoria psicoanalitica, a partire da Carl Jung, supporta questa tesi e mostra come ognuno di noi abbia in sé diverse parti tra cui una femminile e una maschile e, come il conoscerle, possa condurre ad un livello di consapevolezza superiore.

In questo modo l’isolamento diventa forza, introspezione, acutezza, come Jane, come Charlotte. La volontà di prevaricazione diventa capacità di ascolto ed empatia.
E lo scrivere diventa possibilità reale di comprendere le dinamiche psicologiche e relazionali che governano l’esperienza individuale.

Pensieri

Come sempre, per me, leggere la prosa di Virginia Woolf è un piacere puro e particolare, ha un modo quasi fotografico di descrivere la realtà che costruisce, perfino quando si tratta di un saggio come in questo caso.

Ci metto sempre un po’ a leggere o rileggere i suoi libri perché spesso, mentre sto leggendo, mi fermo e inizio a fantasticare sui numerosi spunti che la sua prosa propone e il tempo di lettura si allunga drasticamente…

Capita anche a voi? Se non con i libri di Virginia, quali libri vi portano più di altri a perdervi nei pensieri?

14 Replies to “Una Stanza Tutta per Sé. A Room for One’s Own. Virginia Woolf, 1929”

  1. uno dei miei saggi preferiti! Anch’io mi perdo a pensare a volte con Virginia Woolf credo dipenda dal modo in cui descrive le sensazioni… lo stream of consciousness. Lo stesso mi capita con James Joyce. Bellissimo libro comunque e articolo! 🙂

    1. Ciao Luna! Grazie 🙂 verissimo quello che dici sullo Stream of consciousness. Quello di Joyce penso sia anzi ancora più travolgente con una prosa dai monologhi interni liberi senza l’intermediazione del narratore. Con Virginia pur nel suo flusso di coscienza si ha l’impressione di un testo controllato.

      1. si, poi un’altra differenza che mi viene in mente è che i personaggi di Virginia sono meno condizionati dal destino che invece sembra abbattersi inesorabile su quelli di Joyce.

  2. La foto iniziale è spettacolare, come l’articolo del resto :). Confesso, con un po’ di vergogna, di non aver mai letto niente della Woolf. Quanto ai libri che mi spingono a perdermi nei miei pensieri… direi quelli di Pamuk, perché mi viene spontaneo confrontare la Istanbul che descrive con i miei ricordi di viaggio e provare a immaginare di attraversare la città insieme a lui. Buone letture!

    1. Ciao Benny, grazie mille! 🙂 sarebbe bello provare a leggerla, ha dedicato tutta la sua vita alla scrittura e il risultato è una prosa incredibile, non proprio di immediata lettura perché bisogna abituarsi a essere nella mente dei personaggi e circondati da mille stimoli, ma se ti aggancia … è un’esperienza meravigliosa. Di Pamuk ho letto solo Il mio Nome è Rosso e l’ho amato. Ho in lista un po’ di titoli perché vorrei senz’altro approfondire. Tu con quali procederesti?

      1. Allora facciamo così: io provo a darti una specie di percorso di lettura per Pamuk e tu fai lo stesso con la Woolf 🙂 ? Ti propongo di iniziare con Istanbul perché la città svolge un ruolo fondamentale nell’opera di questo autore, poi potresti passare a La stranezza che ho nella testa per concludere con Il libro nero (lo sto leggendo in questi giorni e, secondo me, aver letto prima gli altri due titoli aiuta a comprenderlo meglio). Questo trittico è un’immersione in una metropoli onirica, malinconica, in una città di specchi e di contraddizioni sospesa tra Occidente e Oriente.

        1. Che bei consigli, sembra davvero una lettura coinvolgente. Farò così! Quanto a Virginia, iniziare dal saggio può essere un buon modo per avere un’idea di lei come persona oltre che autrice. Poi ti proporrei due possibilità a seconda del rapporto che vuoi instaurare con l’originalità del suo stile: partire con le opere più tradizionali come La Crociera o Notte e Giorno per andare verso le più sperimentali; oppure tuffarti nel “flusso di coscienza” iniziando con Mrs Dalloway, per arrivare ai bellissimi Gita al Faro e Le Onde; e se poi sei agganciata proseguire con Orlando che è un testo a sé. Sono tutti libri un po’ impegnativi come se stimolassero chi legge ad aggiungere qualcosa di suo alla lettura quindi converrebbe iniziare in un momento propizio. Grazie per lo scambio di dritte, fammi sapere quando la leggerai, io farò lo stesso con Pamuk! 🙂

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