Se la strada potesse parlare. If Beale street could talk. James Baldwin. 1974

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Non conoscevamo direttamente la scrittura di James Baldwin ma era uno di quegli autori che volevamo leggere da diverso tempo e le nostre aspettative non sono state disattese. Sapevamo che quella di Se la strada potesse parlare – pubblicato per la prima volta nel 1974 – sarebbe stata una lettura forte e che, in linea con gli interessi dell’autore americano, avrebbe avuto al centro il tema amaro e controverso delle ingiustizie sociali in Nord America.

Siamo rimaste però colpite dalla capacità dell’autore di riuscire a mantenere e legare la forte risposta emotiva che le sue parole riescono a innescare più alla descrizione della solidarietà che si sviluppa fra i protagonisti, che a quella dell’ingiustizia che si trovano a dover subire. Ciò ci ha detto subito molto dell’autore, che oltre a essere scrittore è stato anche attivista dei diritti civili. 

Scrittore e attivista 

Abbiamo letto Se la strada potesse parlare nell’edizione Fandango 2018 in foto che ha in copertina una bella immagine di Stan Weyman e che contiene una post-fazione di Joyce Carol Oates utile per avere un’idea dell’autore e del contesto in cui si è trovato a vivere e scrivere. James Arthur Baldwin nasce a New York nel quartiere di Harlem nel 1924 e muore a Saint Paul de Vence in Francia nel 1987.

Scrittore e attivista, ha pubblicato sia saggi sia romanzi capaci di rappresentare amletiche questioni personali nel contesto di quelle complicate pressioni sociali e psicologiche minanti l’integrazione delle minoranze, in particolare quella afroamericana, nel contesto degli Stati Uniti della metà del XX secolo – temi ancora oggi di grande rilevanza. Se la strada potesse parlare è il suo quinto e penultimo romanzo: è scritto nel 1974 e ambientato ad Harlem, proprio in quegli anni.

Il titolo originale: If Beale Street could talk

Il titolo del libro in lingua originale è If Beale street could talk e si riferisce in realtà a una strada che non esiste, almeno non ad Harlem. Si tratta infatti di una strada inventata ma ispirata a una reale: quella omonima sita a Memphis in Tennessee che ha un significato particolare nella storia del Blues e in quella afroamericana, resa poi ancor più celebre dalla canzone Beale Street Blues di W.C. Handy.

Questo titolo dà alla storia una sfumatura esemplare: nelle intenzioni dell’autore, sta ad indicare che le vicende narrate in questo libro sarebbero potute rigaurdare qualsiasi persona di colore nata in una qualsiasi strada del Nord America in quegli anni. La storia d’amore dei giovanissimi Tish e Fonny con i loro 19 e 22 anni avrebbe avuto tutto il diritto e le possibilità di crescere ed evolversi nel migliore dei modi. Ma gli anni 70 sono anni difficili per New York in generale e per Harlem in particolare. 

New York e Harlem negli anni 70

E’ nota la storia dei volantini che venivano distribuiti da agenti in borghese davanti al JFK di New York durante l’estate del 1975: vi era rappresentata l’immagine di un teschio con un cappuccio e la scritta “Welcome to Fear City”. Sembra strano oggi pensare che la Grande Mela possa aver avuto un periodo così spaventoso o che Harlem che oggi è un quartiere a rischio di gentrificazione possa essere stato centro di tanta violenza. Ma a quei tempi, a causa di una grave crisi fiscale, i tassi di criminalità erano saliti alle stelle.

Ciò aveva comportato un notevole incremento di disoccupazione, corruzione e ingiustizia sociale, soprattutto nelle aree più povere della città. Harlem era proprio una di quelle aree, la cui stabilità in termini di sicurezza sociale era ancor più messa a rischio dai conflitti razziali. Dopo le rivolte degli anni 60 esplose a seguito di continue prevaricazioni, dell’assassinio di Malcom X e poi di Martin Luther King, ci fu quasi un esodo e nel quartiere rimasero soltanto le persone con maggiori difficoltà, rendendolo un posto ancora più pericoloso.

Leggendo Se la strada potesse parlare 

Tish e Fonny vivono proprio in quegli anni nei pressi della 135a strada, nel cuore di Harlem e possono ritenersi fortunati avendo almeno una famiglia presente e delle prospettive di lavoro. Fonny ama scolpire il legno e con Tish vorrebbero trasferirsi al Village, sposarsi e vivere una vita semplice e serena. Ma a un tratto, a causa di un’ingiusta accusa, si trovano a vivere in un incubo tremendo da cui pare non esserci nessuna via d’uscita, se non la resa. Spesso capita che le vittime di ingiustizia vengono da essa completamente sopraffatte così da dimenticare tutto ciò che le rendeva umane. Tish e Fonny decidono di non soccombere a tale destino e da questa scelta deriva tutta la forza di questo racconto.

Con grande onestà emotiva e attraverso uno stile netto che evoca il blues dove passione e malinconia sono inevitabilmente legate, Baldwin riesce a parlare di ingiustizia sociale non focalizzandosi sull’odio. Le sue parole dedicano infatti la maggior parte dello sforzo creativo a raffigurare immagini di solidarietà e di forza spirituale. Così riesce a raccontare il male evitando che istinti di vendetta diventino il centro della storia o che corrompano l’anima dei suoi protagonisti. A noi è piaciuto molto e leggeremo presto altre storie di questo autore. 

Il Film di Barry Jerkins 

Anche il film di Barry Jerkins ci ha commosso. Il regista americano, dopo aver vinto tre oscar per Moonlight (2016) si aggiudica con Se la strada volesse parlare (2018) quello per la miglior attrice protagonista – dato a Regina King, che interpreta la madre di Tish. A nostro avviso la regia di Jerkins propone una resa cinematografica di tutto rispetto che risulta in un film coivincente, che attraverso l’uso espressivo di primissimi piani per l’introspezione caratteriale, di un montaggio a tratti evocativo che mescola diversi piani temporali e di una colonna sonora studiata per emozionare riesce seza dubbio a personalizzare il tema generale dell’ingiustizia sociale.

In linea con il libro, il film racconta una storia di ingiustizia evitando anche nei momenti più cupi di assumere sfumature pessimiste e miserabiliste. Forse però a volte l’ottismismo di fondo della storia di Baldwin acquista dei risvolti troppo sentimentali. Anche nei momenti più forti, ci troviamo davanti una versione dei protagonisti che risulta essere più misurata e formale rispetto a quella del libro e questo rischia a tratti di appiattirne il significato politico. Resta comunque un film ben fatto, molto coivolgente sul piano emotivo e che propone una ricostruzione scenografica puntuale dell’epoca. Vi lasciamo qui sotto il trailer, 

Voi lo avete letto? O visto il film? Cosa ne pensate? 

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