Pastorale Americana, American Pastoral, Philip Roth, Einaudi, Acompassforbooks

Pastorale Americana è uno di quei libri immensi, scritto nel 1997 e premio Pulitzer per la narrativa 1998, di cui è stato detto e si continuerà a dire moltissimo. Era da tanto tempo in wishlist e forse proprio per l’alone di grandezza che lo circonda era stato più volte messo da parte. Finalmente, dopo averlo concluso possiamo dire che lascia davvero senza fiato per la vastità dei temi che tocca e l’acutezza sociale ed emotiva delle immagini delineate.

Queste risultano allo stesso tempo familiari e distanti nella loro atroce verosimiglianza con l’esperienza individuale e collettiva che le ha generate. Non è facile parlare di opere così grandi e ci teniamo a dire che, come sempre, sveleremo poco della trama e che la recensione non ha nessuna pretesa di universalismo o volontà di cogliere il significato vero o unico dell’opera; si tratta piuttosto di condividere le impressioni ricevute da questo splendido racconto che sa dare moltissimo.

Lo Svedese e Zuckerman

Pastorale Americana è la storia di Seymour Levov chiamato fin da giovane Lo Svedese, per la sua apparenza bionda e slanciata. Da adulto diventa un uomo ricco e di successo. La sua vita si svolge nel New Jersey entro quel particolare arco di tempo che va dagli anni ’50 agli anni ’80 del Novecento. Nonostante il successo, la sua esistenza si rivela tragica e, proprio descrivendone la deriva, Roth riesce a fornire un’intensa riflessione sulla modernità, mostrando le contraddizioni più profonde della società americana di quel periodo. La storia le fa emergere progressivamente attraverso l’espediente narrativo della cornice che vede protagonista uno degli alter ego dell’autore, Nathan Zuckerman, che tornerà poi in altri suoi romanzi due dei quali considerati con questo la trilogia di Zuckerman: Ho sposato un comunista (1998) e La macchia umana (2000).

Nathan Zuckerman ha sempre idolatrato Lo Svedese, suo compagno di studi, campione di basket e giovane molto brillante a cui sembra non manchi proprio nulla per arrivare a condurre un’esistenza di benessere e successo. Eppure Nathan, rincontrando Lo Svedese anni dopo nonostante conduca una vita apparentemente perfetta, una famiglia armoniosa, affari soddisfacenti e una bella casa immersa nella natura delle zone rurali del New Jersey, sembra sul punto di ricredersi. Seymour gli appare troppo costruito e distaccato, come se fosse vuoto. Ma capirà presto che nulla è più lontano dal vero. Sarà proprio l’evoluzione del modo in cui Nathan guarda lo Svedese e la scoperta progressiva della sua complessità a svelarci il peso drammatico della logica dell’apparenza che ha guidato la sua vita e che riveste un ruolo predominante in molti aspetti della società in cui si trova a vivere.

La logica dell’apparenza 

L’apparente mancanza di coscienza che Lo Svedese emana e che sembra caratterizzarlo è in realtà il modo in cui egli cerca di metabolizzare un evento terribile del suo passato. Lì si nasconde la sua personale tragedia ma anche tutta la rabbia generazionale che scaturisce dalle contraddizioni di un mondo dove spesso i principi migliori si tramutano in iniquità, prevaricazioni e lotte di potere, generando a loro volta nei casi peggiori modalità comunicative estremamente violente. Un mondo in cui un sogno di grandezza e prosperità collettiva si scopre sostenuto dall’incapacità di consapevolizzarne a pieno i limiti. Quello di Seymour diventa così un dramma che deriva anche dal raggiungimento di una consapevolezza che, nella sua complessità, risulta impossibile da razionalizzare o da comunicare: “avevo la strana impressione di vedere quello che succede dietro quello che vediamo” dice.

La logica dell’apparenza fa si che in questo libro ogni cosa abbia una carica ambivalente e che la sua forma, in una sorta di tragica ironia, sembri indicare l’opposto di quello che realmente è: come per esempio il nome della figlia di Seymour, Merry, aggettivo che indica allegra spensieratezza o quello della moglie Dawn, che è legato a idea di luce e rinascita. In realtà questi nomi caratterizzano personaggi che sono dominati da emozioni diametralmente opposte e altamente distruttive come rabbia e frustrazione. L’evoluzione del punto di vista con cui Nathan guarda Seymour e la sua vita svela progressivamente queste disarmonie semantiche.

Dal personale al globale

Lo sguardo di Nathan ci rivela come Seymour, lungi dall’essere vuoto o privo di emozioni, essendo circondato da stimoli tanto ambivalenti porti in realtà dentro di sé un vortice di fuoco che lo brucia dall’interno. È come se avendo abbracciato le sembianze di un sogno, dopo averlo visto trasformarsi in un incubo, si fosse trovato imprigionato dai suoi riflessi così da dover continuare comunque a preservarne l’impalcatura. La brutalità con cui egli si trova a scoprire e dover convivere con questa trasfigurazione e la sua continua e costante ricerca di un percorso che porti a una via per redimerla e donargli nuovo significato sono descritte con grande maestria e commuovono profondamente.

La ricerca di qualcosa di vero che possa spiegare le ragioni dell’irrazionalità con cui la vita a volte si manifesta e travolge l’esperienza individuale si svolge di pari passo con la ricerca di un senso con cui interpretare le contraddizioni e i conflitti del mondo esterno all’intimità relazionale dei personaggi, che porta nella storia le grandi turbolenze statunitensi di quegli anni, la guerra nel Vietnam, gli odi razziali, lo scandalo del Watergate.

Una caratteristica che rende questo libro unico è data proprio dal modo in cui Roth riesce a costruire una struttura narrativa dove le relazioni interpersonali e i fatti del mondo esterno si incastrano e continuano a passare dal personale al globale, dal globale al personale. Come per l’effetto farfalla, vediamo piccoli gesti intimi e personali in un modo che li lega impercettibilmente a grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema, di una famiglia, di gruppi sociali, di un intero paese. E vice versa.

Leggendo Pastorale Americana 

Sebbene il contesto storico sia definito culturalmente, Pastorale Americana riesce a parlare di meccanismi che guidano l’esperienza individuale e collettiva in generale. Mosse e contromosse i cui risultati non sempre sono prevedibili e che nonostante scaturiscano da principi positivi e buoni propositi durante il loro incontrarsi e scontrarsi possono a volte condurre verso caos e irrazionalità.

Questo libro è pieno di indimenticabili momenti di tenerezza e di dolore. Leggendolo ci sembra davvero di “vedere quello che succede dietro a quello che vediamo”, quelle armonie e dissonanze fra le persone e le cose; percepiamo infinite sfumature in cui inclusione e dolcezza, rabbia ed esclusione si rifrangono o amplificano dall’ambito interpersonale verso gli spazi del pensiero collettivo, per forse lì perdersi o da lì tornare più potenti. È stata davvero una lettura importante e leggeremo presto gli altri due capitoli della trilogia di Zuckerman.

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