Poesia; Poetry; Sylvia Plath; libri; books

Io sono verticale (1961)

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.

Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.
Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.

A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

Sylvia Plath, verso la campana di vetro

Per il primo incontro dei nostri martedì poetici condividiamo una poesia della grande poetessa americana Sylvia Plath, un essere umano meraviglioso che purtroppo ebbe una vita tormentata conclusasi tragicamente.

Nasce nel 1932 a Boston, è figlia di un professore tedesco immigrato, Otto Plath, e una delle sue studenti, Aurelia Shober. I primi anni di vita trascorrono in tranquillità ma la vita poi cambia bruscamente e radicalmente quando muore il padre nel 1940.  

Proprio il rapporto con il padre e in particolare con il suo autoritarismo è al centro di alcune sue poesie che comunicano come lei abbia provato un senso di forte abbandono quasi di tradimento quando lui morì. A causa di questo evento tragico la famiglia si trasferisce a Wellesley in Massachusetts dove la madre inizia ad insegnare.

Sylvia fin da piccola ha un talento straordinario per la poesia e la scrittura ma purtroppo inizia già al college a manifestare i primi sintomi del disturbo bipolare. Una terribile malattia psicologica  che la ribalta e la trascina per abissi e altitudini e che la condurrà a tentare il suicidio all’età di 19 anni nel 1953 ingoiando dei sonniferi. Sopravvisse e sarà ricoverata e curata tramite l’elettroshock.

Questa esperienza è al centro del suo unico romanzo pubblicato, La Campana di Vetro (The Bell Jar). Questo libro vista la particolare esperienza che racconta ha il grande pregio di essere uno dei pochi romanzi americani che trattano l’adolescenza da un punto di vista maturo. 

L’amore con Ted Hughes

Una volta ripresasi, vince una borsa di studio Fulbright per studiare alla Cambridge University in Inghilterra e lì conoscere il geniale poeta inglese del verso barbarico Ted Hughes con cui si sposa nel 1956 e con cui avrà una relazione morbosa e distruttiva che la condurrà alla separazione e alla disperazione. Il loro fu infatti uno degli amori più sconvolgenti e autodistruttivi del novecento letterario su cui si è molto scritto: il loro essere spiriti affini, le ansie di Sylvia, le infedeltà di Ted. Ricordano quasi un po’ a tratti Frida e Diego.

Durante gli anni del matrimonio Sylvia pubblica il volume di poesie The Colossum ma a seguito del divorzio si trova sola con due bambini e il suo disagio. Così dopo un ultimo scoppio creativo che verrà pubblicato postumo da Ted Hughes nella raccolta di poesie Ariel, commette ancora una volta il suicidio inalando gas dalla cucina. Muore cosi nel 1963. Queste furono le parole di Ted scritte della suocera subito dopo: 

Il matrimonio di due persone come noi, così clamorosamente sottomesse ad abissali anormalità psichiche, ci ha portati a vivere in un modo in cui il nostro normale stato mentale era follia

La poesia di Sylvia

Dotata di una grandissima sensibilità e un talento straordinario che la separano inevitabilmente dall’essere compresa e dal riuscire a comunicare in modo diretto e semplice con le maggioranze, la poesia fu per lei uno degli strumenti comunicativi primari per rendersi intellegibile a se stessa e agli altri. 

Capita infatti che la gente confonda il comunicare con se stessi e il comunicare con gli altri e che si perde nella frenesia mondana e nella ricerca di manifestazioni di superiorità come se l’esterno potesse in qualche modo colmare l’interno. 

Ma Silvya riusciva a vedere tutte le contraddizioni delle costrizioni sociali sull’individuo sia in società che in intimità in modo così vivido da venirne spesso sopraffatta. Eppure non aveva paura di spingersi sempre più a fondo nell’analisi di queste e di vivere essendo sincera con sé stessa anche quando questo significava trovarsi sola e incompresa. Non le interessava apparire lei voleva solo essere.

Come tutti i grandi visionari e poeti lei sapeva che vivere è molto più che seguire il percorso di nascita, matrimonio e lavoro che la società ti impone e che quello che conta veramente è non tanto quello che fai ma come lo fai e come ti senti. Purtroppo non è facile vivere con queste consapevolezze, perché a volte al posto di premiare il genio e la creatività rari, li si emargina. Infatti il suo mito, come ancora nel caso di Frida, si è creato dopo la sua morte. 

Leggendo Sylvia Plath

Sylvia riuscì, attraverso la poesia, a rendere l’enormità degli stimoli emotivi e intellettuali che percepiva comprensibili all’esterno. Per lei la poesia fu l’unico modo per esprimere veramente quello che sentiva e comunicare con gli altri. La sua opera esplora e rende manifesti la sua angoscia mentale, il suo problematico matrimonio con Ted Hughes, i suoi irrisolti conflitti con i genitori e la visione di sé. Nel farlo riesce a mettere a nudo le contraddizioni e la logica dell’apparenza che caratterizzava lo stile di vita americano nel periodo del dopoguerra spaziando in temi di larga portata.

Quella di Sylvia è una poesia che travolge con un moto accelerato, che colpisce l’immaginazione, la scuote e la risveglia, la spaventa anche e nel farlo la illumina. Si ha spesso l’impressone che le sue parole riescano a far superare la tensione tra chi percepisce le cose e le cose in sé. E’ come se riuscisse a assorbire e personalizzare le contraddizioni della società e le catastrofi socio-politiche del secolo (Hiroshima, Dachau, Auschwitz) e mostrare come esse siano terribili metafore degli aspetti più terrificanti della menta umana che le supera rendendo il dolore anonimo. 

Passando dall’intimità della sua storia alla vastità dei massimi sistemi sociali e geo politici Sylvia è riuscita a combinare l’amore per se stessa, l’incomunicabilità con gli altri e le discordanze umane in senso lato nei versi densi e saturi di energia della sua inconfondibile poesia: voce chirurgica e potente, cinica e controllata che comunica parole di affermazione femminile e innocenza delineando così i sottili confini che esistono tra realtà e speranza.

Voi la conoscete? avete mai letto La Campana di Vetro o le sue poesie?

5 Replies to “Martedì Poetici: Sylvia Plath”

  1. Sì, ho letto le poesie di Sylvia Plath, cui una mia amica, Carmen Cecere, una dozzina di anni fa dedicò un libro pubblicato da EnnErre. Fu proprio Carmen a farmi conoscere i versi di questa grande autrice, sconcertante e coinvolgente allo stesso tempo. Da conoscere assolutamente.

    1. Che bello! Ha una storia tragica e scrive una poesia che può anche sconvolgere per la brutale onestà descrittiva ma anche per noi è una di quelle poetesse che bisogna assolutamente leggere almeno una volta prima o poi. 🙂

  2. Ho letto alcune poesie che accompagnavano la mia edizione de La campana di vetro. Splendido articolo: accurato e accattivante. Non vedo l’ora di scoprire chi sarà il prossimo “ospite” poetico del martedì.

    1. Grazie Benny! Anche La Campana di vetro è una lettura molto interessante. Siamo già alla ricerca di un altro bel poeta per martedì prossimo. Ps fra l’altro sto leggendo Istanbul di Pamuk e mi sta piacendo molto 🙂

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