L’isola del Giorno Prima. The Island of the Day Before by Umberto Eco, 1994

umberto-eco libri recensioni bookphotography l'isola-del-giorno-prima bookblog

 inglese3

L’isola del Giorno Prima. The Island of the Day Before. Umberto Eco. 1994

Lo scenario temporale che fa da sfondo alla storia è l’Italia secentesca, quella della dominazione spagnola, delle competizioni europee per la conquista dei mari, della scienza che sfida la religione.
L’avventura del protagonista, il piemontese Roberto de la Grive, inizia tra il luglio e l’agosto del 1643 quando, dopo il naufragio della nave Amarilli, vaga per giorni sulle onde dell’Oceano Pacifico legato ad una tavola di legno. Alla fine riesce ad approdare sulla Daphne: una nave apparentemente deserta ancorata a largo di un’isola sconosciuta. Una volta a bordo, non sapendo nuotare, si trova nella particolare situazione, detto con le sue parole “di aver fatto naufragio su di una nave deserta”.

Lo spazio dove si svolge la storia è quindi rappresentato dalla Daphne, che si scopre essere tutt’altro che disabitata: Roberto vi trova molte sorprese fra cui una serra, una stanza piena di orologi e perfino due presenze, quella inquietante e immaginaria del suo alter ego Ferrante e quella concreta del vecchio gesuita filosofo Padre Caspar con cui escogiterà diversi vani tentativi per raggiungere l’isola.

L’avventura di Roberto rientra nel genere delle Robinsonade, quelle storie che ispirandosi al Robinson Crusoe di Daniel Dafoe, raccontano la storia di un protagonista isolato dalla civilizzazione a causa di un evento imprevisto. Lo vedono poi affrontare un ambiente inospitale con cui, basandosi solo sulle sue forze e conoscenze, deve imparare a rapportarsi per sopravvivere.
Il luogo emblematico dove è ambientato l’isolamento di questo romanzo rappresenta la particolarità e l’ingegno del romanzo di Umberto Eco.

La Daphne in fatti si trova ancorata presso il punto Fijo, dove passa l’antimeridiano di Greenwich la linea internazionale del cambiamento data, quella stessa linea che permise al Phileas Fogg di Jules Verne di vincere la sua scommessa e aver fatto il giro del mondo in 80 giorni e non negli 81 che aveva calcolato. In fatti, attraversando questa linea da ovest a est si mantiene la stessa ora del giorno precedente, mentre si deve passare a quella del giorno successivo procedendo da est verso ovest.

Oggi la posizione di questa linea è una conoscenza consolidata ma nel XVII se ne ignorava l’ubicazione ed era proprio quella ricerca che rappresentava la missione sia dell’Amarilli che della Daphne: la localizzazione di quel punto avrebbe consentito di calcolare le longitudini durante le navigazioni ed era quindi una priorità per tutti gli stati che avevano ambizioni esplorative e di conquista in un mondo che stava per diventare parte di un universo infinito e sconosciuto.

La genialità di questa ambientazione sta da un lato, nel datare l’avventura di Roberto in un’epoca storica, quella secentesca, in cui l’umanità sta per scoprire quei principi scientifici che l’avrebbero scalzata dal centro dell’universo e introdotta al relativismo ontologico proprio dell’età moderna; dall’altro lato, nell’ambientare l’isolamento del protagonista in un non-luogo capace di rendere manifeste il relativismo e la precarietà delle convenzioni spazio temporali attraverso cui l’umanità percepiva, misurava e si rapportava al sistema mondo, permettendo così al protagonista l’elaborazione di nuove speculazioni concettuali.

“Ora, spettatore antipode dall’infinita distesa di un oceano, scorgeva un orizzonte sconfinato. E in alto sopra il capo vedeva costellazioni mai viste. Quelle del suo emisfero, le leggeva secondo l’immagine che altri ne avevano già fissato, qui la poligonale simmetria del Gran Carro, là l’alfabetica esattezza di Cassiopea. Ma sulla Daphne non aveva figure predisposte, poteva unire qualsiasi punto con ciascun altro, trarne le immagini di un serpente, di un gigante, di una chioma o di una coda di insetto velenoso, per poi disfarle e tentare altre forme.”

Leggendo questo splendido e complesso romanzo si ha l’impressione di arrivare a comprendere le ragioni della complessità dell’universo e di noi stessi. La profondità narrativa della prosa di Eco richiama questo sforzo epistemologico che non può non rivelarsi arduo e a volte snervante. Una volta però compresa la ragione di questa complessità si affronta la densità del romanzo con lo spirito determinato e ambizioso dell’esploratore.

Così mentre spazio e tempo si dissolvono siamo trascinati verso meravigliose digressioni immaginative a tratti enciclopediche, che raccontate con un gusto barocco per il dettaglio e la divagazione si sostituiscono all’immagine che avevamo del mondo; l’individuo sembra congiungersi con l’ambiente che lo circonda mentre segni, simboli s’intrecciano a ricordi e visioni generando nuove connessioni speculative magistralmente esemplificate dalla graduale rivelazione di un nuovo emisfero pieno di meravigliose costellazioni da scoprire.

💬

error: Content is protected !!
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: