L’isola del Giorno Prima. Umberto Eco. 1994


L’avventura al centro di questo romanzo inizia tra luglio e agosto del 1643 quando, dopo il naufragio della nave Amarilli, il protagonista Roberto de la Grive si trova a vagare per giorni e giorni sulle onde dell’Oceano Pacifico legato ad una tavola di legno. Alla fine riesce ad approdare sulla Daphne: una nave apparentemente deserta ancorata a largo di un’isola sconosciuta. Una volta a bordo, non sapendo nuotare, si trova nella particolare situazione, detto con le sue parole “di aver fatto naufragio su di una nave deserta”.

L’avventura di Roberto rientra nel genere delle Robinsonade, quelle storie che ispirandosi al Robinson Crusoe di Daniel Dafoe, raccontano la storia di un protagonista isolato dalla civilizzazione a causa di un evento imprevisto. Lo vedono poi affrontare un ambiente inospitale con cui, basandosi solo sulle sue forze e conoscenze, deve imparare a rapportarsi per sopravvivere.
Dal luogo dove è ambientato l’isolamento di questo romanzo origina la particolarità del suo valore.

La Daphne in fatti si trova ancorata presso il punto Fijo, dove passa l’antimeridiano di Greenwich la linea internazionale del cambiamento data, quella stessa linea che permise al Phileas Fogg di Jules Verne di vincere la sua scommessa e aver fatto il giro del mondo in 80 giorni e non negli 81 che aveva calcolato. In fatti, attraversando questa linea da ovest a est si mantiene la stessa ora del giorno precedente, mentre si deve passare a quella del giorno successivo procedendo da est verso ovest.

Oggi la posizione di questa linea è una conoscenza consolidata ma nel XVII se ne ignorava l’ubicazione ed era proprio quella ricerca che rappresentava la missione sia dell’Amarilli che della Daphne: la localizzazione di quel punto avrebbe consentito di calcolare le longitudini durante le navigazioni ed era quindi una priorità per tutti gli stati che avevano ambizioni esplorative e di conquista in un mondo che stava per diventare parte di un universo infinito e sconosciuto.

La genialità di questa ambientazione sta da un lato, nel datare l’avventura di Roberto in un’epoca storica, quella secentesca, in cui l’umanità sta per scoprire quei principi scientifici che l’avrebbero scalzata dal centro dell’universo e introdotta al relativismo ontologico proprio delle ere a venire; dall’altro lato, nell’ambientare l’isolamento del protagonista in un non-luogo capace di manifestare il relativismo e la precarietà delle convenzioni spazio temporali attraverso cui l’umanità percepiva, misurava e si rapportava al sistema mondo, permettendo così al protagonista di fantasticare spaziando qua e là fra interessantissimi balzi concettuali.

“Ora, spettatore antipode dall’infinita distesa di un oceano, scorgeva un orizzonte sconfinato. E in alto vedeva costellazioni mai viste. Quelle del suo emisfero, le leggeva secondo l’immagine che altri ne avevano già fissato, qui la poligonale simmetria del Gran Carro, là l’alfabetica esattezza di Cassiopea. Ma sulla Daphne non aveva figure predisposte, poteva unire qualsiasi punto con ciascun altro, trarne le immagini di un serpente, di un gigante, di una chioma o di una coda di insetto velenoso, per poi disfarle e tentare altre forme.”

Leggendo questo libro si ha l’impressione di arrivare a comprendere parte delle ragioni dell’universo e di noi stessi. Così mentre spazio e tempo si dissolvono siamo trascinati verso coinvolgenti digressioni che si sostituiscono alle idee che avevamo del mondo; l’individuo sembra congiungersi con l’ambiente che lo circonda mentre segni, simboli s’intrecciano a ricordi e visioni generando nuove prospettive immaginative esemplificate dalla graduale rivelazione di un nuovo emisfero pieno di meraviglie da scoprire.

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