L’insostenibile leggerezza dell’essere. The unbearable lightness of being. Milan Kundera, 1984.

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Milan Kundera scrive un romanzo dal carattere sfuggente la cui lettura sembra eludere interpretazioni totalizzanti rivelando la sua natura nella soggettività del messaggio che sottende. L’ambientazione de L’insostenibile leggerezza dell’essere è resa dalla Primavera di Praga, quando nel 1968 ebbe luogo uno degli esperimenti più arditi e disperati di ingegneria politica e sociale di tutto il XXI Secolo nella messa in atto e costruzione di un socialismo dal volto umano, schiacciato poi dall’avanzata dei carrarmati sovietici.

Il peso dei sogni

Il contrasto tra il comunismo ideale, il socialismo reale e la distruzione di quello sperato riflette la meccanica della psiche umana in modo cosi puntale da dare la possibilità all’enorme talento dell’autore di trasportare la complessità delle relazioni internazionali in una dimensione interpersonale. L’idea di una grande marcia, simbolo degli ideali della sinistra, che pur mostrando il suo lato oscuro non smette mai di essere perseguita, riflette le dinamiche delle relazioni fra amanti, quelli che forse non sono fatti per stare insieme, eppure sottostanno quasi solennemente all’inevitabilità della loro relazione sotto l’influsso dei sogni.

“Il sogno non è soltanto una comunicazione (magari una comunicazione cifrata), ma anche un’attività estetica, un gioco dell’immaginazione, che è di per sè un valore. Il sogno è la prova che immaginare, sognare ciò che non è accaduto, è tra i più profondi bisogni dell’uomo. Qui sta la radice del perfido pericolo del sogno.”

Questo romanzo è un sogno d’amore, sesso, credo politico, nostalgia, attaccamento, disillusione, gelosia, ansia. E ancora, rimpianto, tenerezza, gioia, disprezzo, speranza, perdono e tutta la gamma delle emozioni umane che rincorrono le due coppie di amanti e protagonisti della storia: Thomas e Teresa, Franz e Sabina. La voce narrante ne segue l’andamento, si trasforma in amico, filosofo, poeta e osserva le loro vite, mediandone i pensieri alla ricerca costante del significato che le loro parole, gesti, incontri e scontri possono produrre.

L’insostenibile leggerezza dell’essere ricorda in ciò, con tutte le differenze del caso, la prosa di Thomas Mann con quei momenti di pausa narrativa riflessiva, cui nella vita si cerca spesso di sfuggire per timore di vuoto e sgomento, l’horror vacui, la paura del nulla, ma non lì, non c’è timore in quelle prose. Fra quelle parole sembra di essere accanto al Viandante sul Mar di Nebbia di David Friedrich a contemplare il turbinio di acque vorticose capaci di trascinarci a fondo, ma ci sentiamo al sicuro, vicino a una voce narrante saggia e virtuosa che sa far riflettere tranquillamente sull’essenza delle cose e su ciò che siamo.

Il Piccolo dizionario di parole fraintese

Meraviglioso in questo senso è “Il Piccolo dizionario di parole fraintese”, una sezione del testo formata da più capitoli che si trova a circa metà del libro. Attraverso questa parentesi extradiegetica Kundera ci parla del fraintendimento emozionale. Ogni parola, al di là del suo significato letterale, assume un valore emozionale in base all’esperienza di chi la pronuncia e chi la ascolta. Fedeltà, tradimento, musica, i cortei, la bellezza di New York, i cimiteri sono parole dai significati precisi ma che  possono essere fonte di emozioni differenti, non sempre esplicite e in grado di trasfigurarne i caratteri.

Questa verità palese è spesso relegata al mondo dell’inconscio mentre si tende a dar maggiore riconoscimento all’universo dei segni condivisi che permette la comprensionereciproca letterale di superficie. Eppure, l’individualità di ogni anima è data proprio dal peso segreto che ognuno di noi attribuisce alle parole.

La luce, per esempio, per Sabina significa vedere e vivere mentre il buio per Franz significa fluttuare e librarsi nell’infinito: facendo l’amore Franz chiude gli occhi e Sabina li tiene aperti. Le loro personalità hanno un peso diverso che interpreta quello di luce e ombra in un modo privato che non sarà mai pienamente rivelato o compreso. L’intimità si svela dunque come capacità tra due individui di instaurare un rapporto condiviso con il linguaggio, comprendere il pesoparticolare che l’altro dà alle parole per riportarlo in superficie e accoglierlo.

Nietzsche come Virgilio

Ed è un viaggio di questo genere che Kundera ci dà la possibilità di intraprendere leggendo L’insostenibile leggerezza dell’essere; un viaggio di andata verso gli abissi dell’anima alla ricerca di ciò che è pensante e un viaggio di ritorno verso la superficie del vivere quotidiano per provare a rendere leggero ciò che abbiamo trovato. Si è detto all’inizio che il suo romanzo ha un carattere sfuggente la cui lettura elude interpretazioni univoche, eppure due riferimenti più di altri sembrano, se non a definirne i contorni, a farne confluire la versatilità verso un’immagine di equilibrio.

Questi due riferimenti si trovano all’inizio e alla fine del libro e richiamano il pensiero di Friedrich Nietzsche. Sono un presagio di vita e uno di morte, che forse racchiude una nuova promessa e speranza.
Il primo riferimento riguarda l’Eterno Ritorno ossia quella teoria incredibilmente audace attraverso cui il grande filosofo tedesco interpreta e valorizza la vita come un riproporsi costante delle stesse dinamiche, eventi e relazioni.
Il secondo riferimento riporta un episodio dall’ultima parte della vita del filosofo tedesco, quando ormai in preda a sconvolgimenti profondi dell’anima vedendo frustare un cavallo, scoppia in lacrime e lo abbraccia.

Nietzsche aveva capito, capito che la vera bontà che l’umanità può mostrare in tutta purezza può manifestarsi solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza. L’amore di Teresa per Karenin, il suo cagnolino, la cui descrizione occupa la parte finale del libro sembra far confluire tutto il peso della tenerezza del mondo sulle ultime pagine, commuovendoci in modo quasi insostenibile e sbilanciandone l’equilibrio verso uno scenario immaginifico.

Le pagine si fanno allora pesantissime e sembrano quasi sprofondare trascinandoci verso il basso, sempre più a fondo. Fino a quando ci accorgiamo che il moto non è verso il basso perché è tutto sottosopra. In realtà, dopo aver attraversato quanto c’è di più pesante, non stiamo andando giù ma fluttuando: l’insostenibile leggerezza dell’essere si è come bilanciata e l’impressione, sebbene resti a tratti indefinita, è quella di essere diventati capaci di amarla o quanto meno di riuscire a sostenerla.

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