Le voci della sera; Natalia Ginzburg; recensioni libri; acompassforbooks

Le voci della sera è una storia intesa che commuove profondamente. Una storia di persone che cercano di sotterrare i pensieri, d’identificarsi soltanto nei gesti che compiono e nelle parole che dicono e finiscono per ritrovarsi strette in una morsa di assurdità e di dolore, così scrive Calvino nella prefazione a questo piccolo grande libro. Pubblicato per la prima volta nel 1961 è scritto da Natalia Ginzburg durante il suo soggiorno a Londra, dove si era trasferita dall’aprile del 1959 per accompagnare Gabriele Baldini, suo secondo marito, chiamato a dirigere l’Istituto italiano di cultura.

Verso nuove forme letterarie

In quel periodo Natalia era impegnata prevalentemente nelle traduzioni, abbandonato Maupassant segnalava alla sua casa editrice Einaudi l’intenzione di iniziare a tradurre la Ivy Compton-Burnett. Anche se poi quelle traduzioni non furono mai realizzate, sentiamo in quest’opera le influenze dei dialoghi vividi e ironici dell’autrice inglese e nel tono malinconico di fondo anche quella del suo amato Proust, di cui aveva tradotto À la recherche du temps perdu a soli vent’anni. 

Messe da parte le traduzioni, Natalia inizia Le voci della sera di getto e lo conclude in soli ventiquattro giorni. Attraverso le vicende editoriali di questo libro ripercorse dall’appendice di Domenica Scarpa con il carteggio relativo fra la Ginzburg e i suoi interlocutori in casa Einaudi, in particolare Luciano Foà e Calvino, comprendiamo quanto ella fosse legata a questo breve racconto e come lo considerasse una tappa di transizione verso forme letterarie nuove.

Uno sguardo feroce pieno di tenerezza

Difatti come spesso accade quando si è lontani da casa, il cuore lì ci riporta donandoci una nuova vista attraverso cui mettere a fuoco dettagli e pensieri che avevano prima solo forme indefinite. Così dalla lontana Inghilterra Natalia sembra rivelare, come noterà Calvino, una voce diversa eppure allo stesso tempo vicinissima a un’idea di casa, delineando scorci da cui emerge un’immagine della vita borghese che mette in luce come le sue convezioni e regole abbiano spesso la meglio sui sentimenti e gli impeti più intensi dell’anima.

La nuova forza stilistica deriva dal contrasto tra l’apparente ingenuità emotiva con cui inizia la storia e che sembra renderla oggi quasi anacronistica e la crescente acutezza sociale con cui si sviluppa che le dona un tono via via più sagace e ironico, a tratti feroce. L’autocoscienza sociale della Ginzburg come fa notare sempre Calvino è unica poiché il suo stile asciutto e diretto le permette di descrivere un’umanità, quella borghese italiana del dopoguerra, facendone emergere peculiarità e contraddizioni attraverso uno sguardo di tenera familiarità che non diventa mai giudizio.

Un racconto corale 

Le voci della sera è un racconto che parla di speranze e delusioni, di emozioni represse e incapacità di seguirne il richiamo, ma senza condanna o introspezione, attento solo ai gesti e ai dialoghi, tanto vividi e concisi da lasciare al lettore tutto lo spazio per riflettere sui loro retroscena simbolici. Così riusciamo ad immaginare come questi possano articolarsi in discorsi più ampi sulle proprie origini famigliari e culturali, su come queste vadano a influenzare quello che siamo e quello che saremo.

“Avevo immaginato tutto, con troppa chiarezza. Avevo immaginato te e me, qui, in questa stanza, in questa casa. Avevo immaginato tutto, con una tal precisione, fino ai minimi particolari. E quando si vedono le cose future con tanta chiarezza, come se già stessero succedendo, allora è segno che non devono succedere mai. Perché son già successe, in un certo senso, nella nostra testa, e non è più consentito di provarle davvero. Dissi: – È come in certi giorni che l’aria è troppo chiara, troppo limpida, si vedono i contorni spiccati, netti, precisi, e vuol dire che vien la pioggia.”

La voce narrante riportando le parole delle persone che la circondano ma anche le proprie con l’incedere di quel “dissi” o “disse” che si ripete come una cantilena lungo tutta l’opera sottende una volontà narrante che tende a oggettivare il soggettivo. In questo modo la personalità e le percezioni della protagonista si diffondono in quelle di coloro che la circondano destrutturandosi in un coro di voci: le voci della sera.

Leggendo Le voci della sera

Questa storia risulta più cupa e malinconica rispetto ad altri libri della Ginzburg. Nel leggerlo la brevità del testo sembra essere inversamente proporzionale alla grande risposta emotiva. Ci sono scene che commuovono profondamente in cui la volontà dei personaggi si scopre presa in una morsa fra i loro desideri intimi e quelli derivati dalle convenzioni sociali e da ciò che gli altri si aspettano da loro. 

Ci sono momenti in cui i personaggi parlano senza filtro delle loro sensazioni reali che sono davvero bellissimi sebbene dolorosi. Vediamo l’intimità assumere una prospettiva ampia in cui si riflette un’idea di tempo che racchiude tutto quello che è presente ma che si dilata per includere tutto ciò che è passato e futuro e ci parla in modo schietto e diretto della fugacità della vita, di quello che è e di quello che avrebbe potuto essere.

Nonostante la tristezza e il dolore che questo breve testo che assomiglia molto a un dramma teatrale ci comunica, leggere la Ginzburg qui come altrove significa per noi portarsi a casa qualcosa di positivo, perché questa grande autrice riesce sempre a creare un legame di solidarietà con chi la legge attraverso cui sentire e rappresentare le infinite sfumature della condizione umana.

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