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Dopo il successo de Il Sognatore, esce oggi La Musa degli Incubi, l’ultimo attesissimo capitolo della duologia fantasy di Laini Taylor che, grazie a Fazi Editore, abbiamo potuto leggere in anteprima. Le nostre aspettative erano alte perché Il Sognatore, al di là di qualche piccola perplessità verso la fine, si era rivelato una lettura davvero piacevole e coinvolgente rientrando in quella schiera di romanzi fantasy che riescono a mostrare le grandi potenzialità del genere. Siamo stati quindi molto felici di come La Musa degli Incubi ci abbia agganciato fin dalle prime pagine.

Come sempre non vi sveleremo molto della trama per non rovinare a chi vorrà aggiungerlo in wishlist l’esperienza della lettura, ma vi diremo le ragioni per cui abbiamo amato questa storia e perché ve la consigliamo. In primis abbiamo apprezzato come il secondo capitolo, in linea con Il Sognatore, abbia mantenuto e rafforzato la centralità del motivo onirico. Il nucleo tematico risulta infatti arricchito da maggiori risvolti psicoanalitici che legano saldamente lo sviluppo degli eventi alla consapevolizzazione ed elaborazione dei passati e misteriosi traumi dei personaggi. Inoltre la trama ha saputo diluire il sentimentalismo, per noi un po’ troppo marcato nel finale de Il Sognatore, proponendo un ordine narrativo emozionalmente più bilanciato.

La dimensione onirica come scoperta di sé e sogno 

La storia di Lazlo Strange, il sognatore e giovane bibliotecario che fin dal principio mostra interesse verso tutto ciò che trascende la sua ordinaria esistenza, ci aveva appassionato perché era stata capace di mostrare con uno stile vivido e coinvolgente quanto i sogni siano fondamentali nello spingerci a esplorare le parti più nascoste di noi, aiutandoci a scoprire ciò che siamo realmente anche quando si tratta di qualcosa di inconcepibile. La Musa degli Incubi ritorna proprio su questa idea.

“Impossibile?». Lazlo fece una risata sommessa e scosse la testa. «Devono esistere per forza delle cose effettivamente impossibili. Ma credo che ancora non ne abbiamo incontrate. Guarda noi. Abbiamo appena cominciato. Sarai, noi siamo magici». Lo disse con tutta la meraviglia di un sognatore di lungo corso che aveva scoperto di essere un semidio. «Tu ancora non sai di cosa sei capace, ma sono incline a scommettere che sarà qualcosa di straordinario».”

La dimensione onirica come prigione e incubo 

In modo indiretto questa duologia ci parla poi di due aspetti della dimensione onirica. Da una parte ci mostra come i sogni alimentino immagini grandiose di noi stessi, quelle aspirazioni forse troppo onnicomprensive, che non riusciamo a tradurre in fatti concreti di vita, ma che restano fondamentali per continuare a immaginare e coltivare infinità dentro di noi. Dall’altra parte la storia evidenzia come, spesso, quando non riusciamo ad ascoltarli, quegli stessi sogni ci possano travolgere, farci perdere, e come in quei casi l’unico modo per ritrovarsi sia quello di imparare a riconoscerne il valore e accoglierli.

“Arriva un punto, con i sogni e le speranze, in cui o li lasciamo perdere, oppure lasciamo perdere tutto il resto. E se scegliamo il sogno, se continuiamo a seguirlo, allora non lo lasceremo mai perché non avremo nient’altro.”

Così per alcuni dei personaggi della storia i sogni non realizzati diventano ossessioni e si trasformano in incubi, esponendo loro stessi e chi li circonda alle paure più profonde e ai lati più oscuri della natura umana, al senso di colpa per ciò che è stato fatto o al rimpianto per ciò che è stato irrimediabilmente perduto.

Una missione interiorizzata  

Il Sognatore può essere considerato proprio il racconto della ricerca di equilibrio tra queste due sfumature semantiche della dimensione onirica: il sogno e l’incubo. Lì questo equilibrio si era manifestato nella missione concreta organizzata al fine di salvare una città e il suo popolo. Nell’arco di questa impresa vittime e carnefici erano arrivati a prendere atto di quei meccanismi emotivi limitanti che li avevano bloccati in un’opposizione conflittuale. Erano così giunti all’intuizione che forse non c’era un vero e proprio antagonista, ma solo una serie di convinzioni irrazionali da superare attraverso consapevolezza ed elaborazione.

La Musa degli Incubi può essere letta come l’esplorazione di questo processo. La missione, pur restando sempre la stessa, è in questa seconda parte della storia come interiorizzata. Il vero campo di battaglia non sarà quello dove si scontrano gli eserciti ma quello misterioso ed etereo dove dimora l’inconscio degli individui. Scopriremo infatti che le forze antagoniste, che si oppongono alla risoluzione del conflitto, non saranno semplicemente persone cattive ma piccoli frammenti di personalità bloccati nel passato da un trauma, destinati a ripetere continuamente meccanismi emotivi disfunzionali e deleteri fatti di dolore e paura.

“Sarai lo sapeva meglio di chiunque altro: è facile far piangere le persone. Dolore, umiliazione, rabbia – innumerevoli sono le strade che portano alle lacrime. È facile anche farle urlare. Talmente tante sono le cose da temere. Ma come si fa a far smettere qualcuno di piangere? Come lo porti fuori dalla paura?”

Leggendo La Musa degli Incubi 

Cercare di sconfiggere la paura dall’interno è proprio quello che gli eroi di questa duologia dovranno affrontare. Li vedremo ideare strategie e tattiche avvincenti tramite cui, risolvendo i traumi profondi di personaggi dall’apparenza negativa, riusciranno anche a scoprire tanto di loro stessi. Dal grande lavoro di Freud e successivi studi sappiamo che i sogni sono preziosi e misteriosi forzieri al cui interno è possibile scorgere un contenuto latente che si manifesta attraverso elementi simbolici mostrandoci la strada per arrivare a comprendere meglio noi stessi e gli altri.

La Musa dei Sogni in questo senso, oltre a essere un romanzo fantasy che descrive con uno stile avvincente e meraviglioso un’avventura fatta di amore e odio, di vendetta e redenzione, di distruzione e salvezza, si rivela anche un viaggio accessibile e coinvolgente all’interno dei misteri della nostra mente e dell’importanza di esplorarli. Ci fa sperare e credere nella possibilità che un giorno una persona amica possa dire di noi quello che qualcuno disse una volta di Lazlo:

“Dopotutto, lui era Strange il Sognatore. Non era il solito sognatore, preda di tutte le stravaganze dell’inconscio. Lui si muoveva nella sua mente con la sicurezza di un esploratore e la grazia di un poeta.”

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