Il guardiano della collina dei ciliegi. Franco Faggiani. 2019

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Rinascita e redenzione sono al centro de Il guardiano della collina dei ciliegi, l’ultimo libro di Franco Faggiani che dopo La manutenzione dei sensi ci racconta una storia incredibile, ispirata alla vita di Shizo Kanakuri. Il maratoneta giapponese nasce nel 1891 e su invito dell’imperatore partecipa alle Olimpiadi del 1912 di Stoccolma con l’intento di onorare il suo paese in armonia con la volontà dello stato giapponese di rinforzare i rapporti diplomatici con l’Occidente. Shizo inizia la gara con successo ma pochi chilometri prima del traguardo è vittima di uno strano episodio: assetato si ferma nel giardino di uno sconosciuto che gli offre da bere, perde i sensi, non riuscendo a concludere la maratona. 

Un viaggio di rinascita 

Il libro non approfondisce direttamente le ragioni di questa esperienza fallimentare ma lascia a chi legge lo spazio di arrivare alle proprie conclusioni raccontandoci una storia di espiazione che riesce in questo modo ad acquistare un carattere esemplare. Lo Shizo del libro, che è uno Shizo in parte romanzato, si trova prima a nascondersi per la vergogna causata dal disonore di aver deluso le aspettative del suo paese per poi trovare la pace nei paesaggi remoti e selvaggi dell’isola di Rausu, nell’Hokkaidō, assumendo il ruolo di guardiano di una collina di ciliegi. Con una prosa ben bilanciata e delicata Faggiani ci accompagna in questo viaggio dove la natura fa da meccanismo d’innesco e testimonianza di un percorso di crescita e riscatto personale. 

Il ciliegio 

La natura diventa così protagonista. Leggiamo di lei nelle meravigliose descrizioni dell’isola di Rausu dove i tratti selvaggi e quasi crudeli del paesaggio si trovano a fare da contrasto e cornice alla bellezza delicata del grande giardino di ciliegi che sorge su una collina: a volte i petali dei suoi fiori trasportati dal vento creano un velo bianco che, ricoprendo il suolo, richiama l’immagine di una cima innevata. Ma non è solo la bellezza della natura che è posta al centro della storia, in questa riecheggia la dimensione simbolica dei fiori di ciliegio.

Per la cultura giapponese essi sono considerati simbolo di felicità, benessere e rinascita, perché capaci di crescere prima e in modo più sgargiante degli altri. Allo stesso tempo, però, sono anche fiori molto delicati e fragili che possono essere sradicati da un semplice alito di vento. Rappresentano in un certo senso la stessa esistenza umana, che dopo un momento di splendore si stacca dall’albero e torna alla terra, per riconciliarsi metaforicamente con il suolo. 

Perdonare sé stessi

In virtù della sua perfezione e profondità simbolica, questo tipo di fiori esemplifica al meglio quelle virtù di lealtà, purezza, coraggio e onestà che caratterizzano la concezione della vita e della felicità in Giappone. Mentre in Occidente la felicità è legata in prevalenza all’idea di benessere economico e allo sviluppo di una coscienza individuale, in Oriente e nello specifico nella cultura nipponica la felicità è intesa come sviluppo di una coscienza sociale avulsa dai beni materiali e vissuta in armonia con il mondo circostante.

Per questo è cosi difficile inizialmente per Shizo riuscire a perdonare sé stesso, dal momento che il suo imperatore gli aveva affidato il compito di rappresentare la collettività del popolo giapponese. Eppure, grazie agli alberi del giardino di ciliegi il nostro protagonista troverà la forza di riuscire in questa ardua impresa e riappacificarsi con il suo sé. La scelta di Faggiani di non approfondire le ragioni specifiche che avevano causato la mancata conclusione della maratona ma di concentrarsi sul percorso di redenzione e rinascita di Shizo ci è sembrata capace di rendere esemplificativo il suo viaggio, lasciando il lettore libero di fantasticare a riguardo, immaginando ragioni che potessero assomigliare alle proprie. 

La relazione con la natura 

Può capitare infatti a chiunque, a volte, di compiere azioni impulsive, o spronati da stimoli impropri, di trovarsi a fare cose che non fanno parte di noi e che in un istante possono ribaltare la nostra vita trascinandoci lungo un baratro profondo da cui non è facile riemergere. A Shizo capita di trovarsi in uno di quei momenti, in uno di quei baratri e sono solo gli alberi e la natura che riusciranno ad aiutarlo nell’ardua risalita e ritrovamento catartico del sè. Proprio in questo rapporto tra il nostro protagonista e gli alberi di ciliegi si trova per noi l’originalità narrativa che caratterizza questa storia e che riesce davvero a commuovere profondamente.

La descrizione di questa relazione ci fa riflettere sulla capacità di quegli esseri splendidi che sono gli alberi e della natura nel suo complesso di curare e sanare le ferite emotive degli esseri umani. Questi ci permettono di superare il bisogno degli altri che la nostra indole sociale ci impone – e che pur essendo una cosa meravigliosa può nascondere pericoli e trappole emotive – ed arrivare a colmare i vuoti e le fratture create dai disequilibri psicofisici del nostro vissuto in modo autonomo e indipendente.

Leggendo Il guardiano della collina dei ciliegi

In questo senso il libro di Faggiani ci ha molto colpito perché, oltre a commuovere, crea una storia che si pone nel mezzo dell’arco culturale formato dai poli interpretativi del concetto di benessere e felicità di cui si parlava precedentemente: ci è sembrato infatti raccontare una storia asiatica con una voce europea. Partendo da uno stato tutto orientale in cui la felicità sta nell’idea di rispetto estremo e volontà di compiacere la collettività di cui l’imperatore e l’idea di orgoglio nazionale sono emblemi, il nostro protagonista si trova a compiere un atto apparentemente casuale di inconsapevole ribellione.

Questa azione rivela una forte carica individualista, che si potrebbe definire quasi occidentale: rubare un momento alla maratona per dissetare il proprio corpo, lasciarsi trasportare da quella piccola libertà personale al punto di perdere i sensi e chiamarsi fuori dalla gara come se tutta quella competizione diventasse in un momento insostenibile e la fatica non proporzionale al peso di quegli ideali che limitano la ricerca della felicità all’ambito dell’inclusione. Dopo questo momento fondamentale, la vita di Shizo cambia drasticamente: inizia un viaggio alla scoperta di un sé che non può più realizzarsi solamente attraverso il perseguimento di un ideale di felicità rappresentato dall’identificazione con una collettività che egli sente di aver tradito.

A questo punto il nostro protagonista non può far altro che ricercare in modo individuale una nuova spinta ideale che gli consenta di riemergere dal baratro in cui è precipitato. In questo modo da eroe, o meglio anti-eroe, orientale si trova ad esplorare tratti occidentali per rientrare in contatto con la propria matrice culturale. La natura e gli alberi di ciliegi nella loro veste salvifica e transculturale si pongono come ponte fra individuale e collettivo, occidentale e orientale riportando il nostro Shizo, e noi che lo leggiamo, a casa, di ritorno da un viaggio durato 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti e 20 secondi e che si rivela portatore di un grandissimo arricchimento: emotivo, personale e culturale. 

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