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Abbiamo finalmente completato Il Cardellino, il famoso e corposo libro di Donna Tartt, premio Pulitzer per la narrativa del 2014. Ci eravamo poste come obiettivo di terminarlo prima del 17 ottobre. Si pensava infatti che per quella data il film di John Crowley sarebbe arrivato nelle sale italiane. Ma dopo il grande flop americano ancora oggi non si sa bene se, quando e dove uscirà in Europa. Ad ogni modo ne abbiamo approfittato per terminare il bel viaggio attraverso le opere di questa grande scrittrice americana che avevamo iniziato l’anno scorso con Dio di Illusioni e Il Piccolo Amico. Avevamo deciso di leggerla integralmente perché ci ha sempre incuriosito: un personaggio misterioso la cui scrittura volevamo da tempo approfondire.

Tanti sono gli elementi che hanno contribuito a creare l’alone di mistero che la circonda. Ad esempio, ll suo modo di vestire, con eleganti abiti maschili, il fatto di non essersi mai sposata né fidanzata; il suo vivere un po’ da reclusa tra New York e una fattoria della Virginia; le sue particolari abitudini, come lo scrivere un romanzo ogni dieci anni; il lavorare solo a penna o chiudere a chiave la stanza dei suoi manoscritti. Vi lasciamo qui sotto una breve intervista in lingua inglese che abbiamo trovato interessante come sua introduzione. 

Un libro ogni dieci anni

Il suo primo libro, Dio di Illusioni, è del 1992 e ambienta nel mondo accademico del Vermont la storia di alcuni ragazzi alla ricerca di sogni di irrazionalità. Il Piccolo Amico del 2002 rappresenta invece in Mississippi, nel cuore della Bible Belt americana, un ritratto famigliare immobile e inafferrabile nella cornice del conservatorismo matriarcale di tipo southern. Il Cardellino del 2013 terzo e, per ora, suo ultimo romanzo, ambientato fra New York e Las Vegas con una parentesi europea ad Amsterdam, si concentra sulla storia di un ragazzo e della sua relazione con il famoso quadro seicentesco del pittore olandese Carel Fabritius

Leggendo le sue opere, una dopo l’altra, abbiamo notato che la Tartt, oltre a scrivere in modo a nostro avviso superbo, in tutti i suoi libri riesce sempre ad affrontare temi molto complessi connessi alle grandi questioni della vita in un modo allo stesso tempo incredibilmente profondo e avvincente. Questo tratto della sua scrittura è particolarmente evidente ne Il Cardellino. Questo libro attraverso una concatenazione di eventi degni di un ottimo thriller, tiene l’attenzione del lettore incollata alle pagine fin dall’inizio e non gli dà tregua fino alla fine della lettura.

Adrenalina e grandi temi

Ne Il Cardellino il livello di adrenalina di alcune scene sale a tal punto e in modo così inaspettato da produrre una sorta di eco narrativa che si diffonde e ci accompagna lungo le varie digressioni che affrontano i misteri dell’amore, della sofferenza, dell’arte, dell’identità e del destino. Per questa ragione esse risultano non meno scorrevoli e accessibili delle parti dedicate all’azione.

In effetti la genialità di Donna Tartt sta proprio nel saper creare storie che possono essere apprezzate su più livelli. Il Cardellino può essere amato da un lato per il ritmo incalzante e il susseguirsi di eventi ingegnosamente studiati per agganciare il lettore e stimolarne l’aspettativa. Dall’altro lato il libro può venire anche apprezzato per essere una di quelle storia che sanno attraversare luoghi sconosciuti e misteriosi, esplorando le zone d’ombra dell’esperienza umana.

“Noi abbiamo l’arte per non morire a causa della verità”

Questa frase è di Nietzsche, filosofo amato molto dalla Tartt, citato proprio in questo libro. Definisce un po’ i contorni della matrice tematica de Il Cardellino. Uno dei motivi ricorrenti infatti è proprio la ricerca di senso e di verità nell’arbitrarietà a volte atroce della vita. Per rendere questo tema la Tartt ci parla della storia di un ragazzo che da giovanissimo ha dovuto subire un grande trauma, perdendo l’unico punto di riferimento positivo, la madre, grande amante di arte e appassionata proprio del quadro di Fabritius.

In questo modo la storia salda il discorso della perdita personale del protagonista con quello della ricerca di completezza dell’uomo in generale. Il Cardellino diventa così simbolo da un lato dell’amore per la madre e dell’altro della ricerca di verità e di senso davanti all’irrazionalità della vita. Come dice la Tartt stessa, il quadro è una sorta di spirito guida. Ci porta alla scoperta delle relazioni profonde che la vita tesse fra i poli di felicità, dolore, verità e illusione.

“E continuo a pensare anche a una verità più convenzionale: ovvero, che la ricerca della bellezza dev’essere sempre associata a qualcosa di più profondo. Ma cos’è quel qualcosa? Perché sono fatto così? Perché tengo alle cose sbagliate, e no mi curo di quelle giuste? O, per metterla in un altro modo: come è possibile che, pur rendendomi conto che tutto quel che amo o che m’interessa è un’illusione, io continui a sentire che tutto ciò per cui vale la pena vivere risiede proprio in quell’illusione?”

Leggendo Il Cardellino

Il Cardellino, Carel Fabritius, 1654

Leggere Il Cardellino è un esperienza che scuote. Ci sono passaggi che ti obbligano ad affrontare profondo disagio e inquietudine. Questi turbamenti sono descritti vividamente, il che mostra una conoscenza magistrale dell’animo umano e un grande lavoro introspettivo fatto dell’autrice su di sé e sulle scelte narrative. L’aspetto più stupefacente è che nonostante la descrizione quasi chirurgica degli aspetti più atroci della vita, il dolore non prevale mai. La storia riesce sempre a riportare al positivo, verso immagini che sanno risollevare l’animo: come quella del piccolo cardellino del quadro di Carel Fabritius che, a seguito del percorso interpretativo letterario che la Tartt propone scrivendo quest’opera, ci appare in tutto il suo splendore simbolico. 

Ci guarda dal suo trespolo, con quella minuta ma salda catenella che passa quasi inosservata ma che lo domina essendo destinata a tarpargli le ali, a riportarlo sempre nello stesso identico punto di partenza. Ciò nonostante ci mostra un’estrema dignità proprio in quella posa fissata e investita dal sole. Si fa portatore, pur nella tragicità della sua condizione, di un messaggio che afferma in modo commuovente un grande entusiasmo vitale. Ci parla del fatto che se è vero che il destino e la vita possono essere estremamente crudeli, è anche vero che nostro é il potere di immergicisi, attraversarli e “mentre ci eleviamo al di sopra dell’organico solo per tornare vergognosamente a sprofondarvi, di accorgersi che è un onore e un privilegio amare ciò che la Morte non può toccare”.

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