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Gita al Faro. Virginia Woolf. Einaudi. 1927

Lo stile è quello avvolgente proprio della narrativa modernista: un flusso di coscienza in cui il punto di vista cambia di continuo raccontando l’esperienza individuale con l’uso di flashback e associazioni d’idee.

La grandezza della prosa di Virginia, oltre ad avvolgere, è data dal risalto particolare che lei riserva all’universo emozionale femminile e da una capacità di osservazione evoluta che riesce a dare risalto a dettagli concreti e nascosti riferendoli alle narrative psicologiche ed esistenziali dei personaggi e creando scenari allo stesso tempo vividi ed eterei. Inoltre al tempo in cui scrisse il libro, stava elaborando alcune dinamiche della propria costellazione famigliare, in particolare il rapporto con la madre e la sorella, il che ha donato sfumature realistiche alla storia.

Il tempo √® quello della vita di una famiglia, scorre sovrano, fluido e si struttura nelle tre sezioni del libro – la finestra, il tempo passa e il faro ‚Äď scoraggiando qualsiasi tentativo mirato a fermarlo. Lo spazio √® l‚Äôisola di Skye nelle Ebridi a largo della Scozia, dove la Signora Ramsay, il Signor Ramsay, i loro otto figli e alcuni amici trascorrono l‚Äôestate programmando una gita al faro che per√≤ sar√† compiuta solo molti anni pi√Ļ tardi.

Lo spazio è determinato ma l’occasione della gita al faro, continuamente rimandata, crea una tensione che permette alla storia di far emergere le diverse percezioni che ne hanno i personaggi. Il faro come approdo sicuro nel buio e nel pericolo è simbolo della stabilità, della presenza e della luminosità: la luce definisce in fatti molti degli scenari del romanzo contrapponendosi alla notte intesa come simbolo della caducità della vita, dell’oblio e dell’oscurità emotiva.

Ora le candele erano tutte accese, e le facce ai due lati del tavolo erano avvicinate dalla loro luce, e composte, come non lo erano al crepuscolo, in un gruppo intorno a un tavolo, perché la notte adesso era chiusa fuori dai vetri, che, lungi dall’offrire una visione nitida del mondo esterno, lo deformavano in modo così strano che lì, dentro la stanza, sembravano esserci ordine e terraferma; e là fuori, un riflesso nel quale le cose vacillavano e svanivano, come fossero acqua.
D’un tratto furono tutti attraversati da un qualche mutamento, come se fosse davvero così, e fossero tutti consapevoli di essere un gruppo in una baia, su un’isola, a far causa comune contro la fluidità là fuori.

La luce delle candele così come il faro sembra rappresentare per i personaggi l’idea, operante a livello inconscio, della possibilità di fermare, salvare parte dell’esperienza individuale dalla fluidità: l’inarrestabile e continua trasformazione e rifrazione della loro presenza fisica, emozionale e intellettuale.

Tramite la figura resiliente e luminosa del faro che si staglia sopra lo scenario naturalistico esterno che simboleggia il progressivo rifrangersi dell’esperienza umana, il romanzo riesce a descrivere in modo magistrale la dimensione psicologica individuale dei personaggi e connetterla con la percezione filosofico-esistenziale collettiva dell’esperienza umana.

Il faro desiderato, vicino e lontano, come fosse la lente di una macchina fotografica, permette a Virginia di scattare istantanee fatte di parole tramite cui i suoi protagonisti possano opporsi idealmente allo scorrere del tempo cristallizzando le loro emozioni, pensieri e storie.

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