Dio di illusioni (The secret story). Donna Tartt. 1992

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Con questo articolo inauguriamo un percorso di lettura con cui ci avvicineremo all’opera di Donna Tartt. Partendo da Dio di illusioni, passando attraverso Il piccolo amico per arrivare a Il cardellino, vi racconteremo le nostre riflessioni riguardo a questa grande autrice statunitense – Premio Pulitzer nel 2014 con Il cardellino.

Iniziamo oggi dal suo primo libro, Dio di illusioni (The Secret Story) scritto dall’autrice nel 1992 in giovane età e ambientato nell’ateneo di Hampden  simile per molti aspetti a quello di Bennington dove studia dal 1982 al 1986. 

È la storia di un gruppo di cinque studenti che, frequentando il corso di greco antico del professor Julian Marrow, classicista illuminato, molto colto e selettivo, sviluppano una passione profonda e pericolosa verso la cultura greca e il suo modo di rapportarsi e di gestire le spinte irrazionali dell’esperienze umana. 

Nuclei tematici  

I temi principali che l’opera sviluppa sono legati alla cultura classica e agli aspetti educativi della vita del campus universitario. Queste coordinate tematiche si dilatano su di un piano concettuale multiforme capace di stimolare la curiosità e far emergere riflessioni altre. Quelle che durante la lettura ci hanno colpito maggiormente e che vorremmo condividere con voi, riguardano in primo luogo la natura del linguaggio. In particolare fino a che punto apprendere una nuova lingua possa influenzare il sistema cognitivo e il modo di pensare di chi impara a praticarla. Un altro aspetto molto interessante su cui il libro fa riflettere è legato alle diverse modalità di gestione degli aspetti epifanici e disfunzionali dell’irrazionale nelle società antica e moderna.

Per dare densità narrativa a questi sviluppi tematici la Tartt si appoggia in modo indiretto – con citazioni in apertura alle sezioni del libro – al discorso filosofico che si delinea dall’antitesi terminologica di apollineo/dionisiaco, introdotta nel linguaggio filosofico da Nietzsche e che indica i due impulsi essenziali da cui nasce la tragedia greca, alle tesi elaborate dal grecista irlandese Eric Robertson Doods nel suo saggio I greci e l’irrazionale. Nei paragrafi seguenti vedremo più approfonditamente perché queste riflessioni ci sono sembrate inquadrare meglio di altre il cuore dell’opera e la sua la portata conoscitiva. 

Pensare in un’altra lingua 

L’idea che il pensare in un’altra lingua dia accesso a schemi mentali nuovi non è mai apertamente dichiarata nel testo ma è rappresentata indirettamente dal progressivo apparire nella mente dei giovani protagonisti di tendenze e desideri difficilmente conciliabili con la cultura americana, occidentale e di matrice cristiana in cui sono nati. E’ come se il parlare sempre più spesso la lingua greca antica permetta loro di accedere a una nuova dimensione sensoriale che, partendo da un modo di percepire cristiano e moderno-occidentale, si dirige verso quello tipico di una dimensione pagana. 

“Se sei preoccupato per qualcosa” disse lui, mutando tono “hai mai cercato di pensare in un’altra lingua?”
“Come”
“Ti rallenta, evita che i tuoi pensieri si stravolgano. Una buona regola in qualsiasi circostanza…” 

Il greco antico è considerata oggi una lingua morta, non si parla e anche quando la si studia ne è richiesta solitamente una competenza passiva. Ma Julian e il suo piccolo circolo di studenti non solo la parlano in classe ma la usano anche al di fuori del setting educativo, nella vita quotidiana, fra di loro. Henry, lo studente più dotato, in particolare la padroneggia alla perfezione e sarà lui a proporre al gruppo di organizzare un baccanale per trascendere la dimensione culturale, sensoriale ed estetica a loro famigliare e raggiungere quella antica e più istintiva propria della civiltà greca.

Dalla società della colpa a quella della vergogna 

Per fare riferimento seppur indirettamente alla pericolosa ampiezza del salto culturale, estetico e percettivo che i ragazzi vogliono compiere la Tartt cita Nietzsche e Platone in apertura alla prima parte del libro e come si è visto E.R. Doods nella seconda. Proprio E.R. Doods nel suo saggio I greci e l’irrazionale differenzia la società della colpa, ossia la società moderna che è regolata da divieti collegati all’imposizione divina, dalla società della vergogna, cioè la società greca antica regolata da determinati modelli positivi di comportamento che venivano interiorizzati attraverso la voce del popolo espressa dai miti.

Nietzsche prima ancora ci aveva spiegato come nel mondo greco antico la tragedia e il teatro, divulgatori dei miti omerici, fossero fondamentali proprio perché attraverso la presenza scenica del coro, la voce del popolo poteva essere interiorizzata dai cittadini. In questo modo essi riuscivano a esorcizzare le pulsioni irrazionali proiettandole nelle immagini divine divulgate dai miti. In questo senso il teatro si poneva come percorso terapeutico per un popolo e una società i cui membri secondo Doods avevano sviluppato dei tratti della personalità che oggi verrebbero definiti schizofrenici.   

Una società schizofrenica 

Apparizioni allucinatorie di figure divine, voci interiori o sdoppiamenti di personalità erano infatti fenomeni comuni dell’esperienza psicologica di chi assisteva a teatro alla rappresentazione dei poemi omerici. Questi fenomeni oggi sarebbero ascrivibili all’area patologica della schizofrenia, ma secondo E.R. Dodds, nel mondo greco erano abbastanza comuni e motivati da una struttura psichica diversa da quella che oggi possediamo.

Si trattava di una specifica predisposizione della mente arcaica capace di dare forma reale a immagini prodotte dal cervello e che erano poi proiettate su figure divine. Questa disposizione collettiva, secondo alcuni studiosi come Julian Jaynes, potrebbe essere motivata dalla maggiore estensione che la particolare area del cervello chiamata area di Wernicke, nell’emisfero destro, aveva a quei tempi. Questo particolare stato patologico, simboleggiato dalle divinità elleniche e in particolare da Dionisio, tenuto sotto controllo ed esorcizzato dalla pratica del teatro spiega in parte la sensibilità evoluta con cui la civiltà antica percepiva, credeva, temeva e gestiva la potenza dei propri miti e delle proprie passioni.

Maestro di illusione

“È un’idea molto greca e molto profonda. La bellezza è terrore. Qualunque cosa noi chiamiamo bella, noi tremiamo prima di essa. E cosa potrebbe essere più terrificante e bello, per anime come i Greci o il nostro, piuttosto che perdere completamente il controllo? Buttare via le catene dell’essere per un istante, per distruggere l’incidente dei nostri sé mortali? Euripide parla delle Menadi: la testa gettata indietro, la gola alle stelle, “più come un cervo che un essere umano”. Essere assolutamente liberi! Uno è in grado, naturalmente, di elaborare queste passioni distruttive in modi più volgari e meno efficienti. Ma quanto è bello liberarli in una singola raffica! Cantare, urlare, ballare a piedi nudi nel bosco nel cuore della notte, senza più consapevolezza della mortalità di un animale!”

La particolarità di questo libro sta nel distillare tutti i riferimenti culturali di cui abbiamo parlato per proporre una riflessione sulla bellezza e sulle ambizioni irrazionali dell’esperienza individuale. Quello che i giovani protagonisti cercano di fare è accedere a una dimensione in cui la capacità della società greca di sentire, affrontare e gestire l’irrazionale risulti riabilitata. Inutile dire che il salto temporale e culturale si rivela molto pericoloso e che la ricerca del principio dionisiaco ha dei tratti potenzialmente distruttivi per delle menti nate e cresciute in una società che si basa su sistemi valoriali e canoni estetico-percettivi diametralmente opposti.

Nella Grecia anticaDionisio [è] maestro di illusione, colui che sa far crescere una vite da un legno di nave e in generale rende capaci i suoi devoti di vedere il mondo come non è” (dice Doods citato dalla Tartt) ma in quel contesto gli era dato di librarsi in uno spazio contenitivo delimitato dai confini del teatro. Lì il cittadino greco poteva fare esperienza di quei principi vitali che la sua immagine rappresentava come la creatività e la libertà, smorzando allo stesso tempo i suoi lati più distruttivi e la sua incontenibile e travolgente potenza attrattiva. Ma nella società contemporanea, definite della colpa, la demonizzazione di Dionisio, lo ha relegato all’ambito del peccato impendendo il processo mitico-teatrale tramite cui l’individuo riusciva a esorcizzare le sue spinte più distruttive e celebrare quelle più vitali.

Leggendo Dio di illusioni 

Il romanzo si presenta subito in una forma di difficile collocazione: a metà strada tra il romanzo di formazione e il thriller, spazia fra tematiche estetiche e sensoriali per esplorare quell’area indefinita e indefinibile che si trova al di là della ragione. Questa zona sfuggente emerge progressivamente lungo l’opera ma non si rivela mai direttamente, sembra nascosta fra i richiami allusivi e sguardi velati in un mondo che stilisticamente è frutto di un lavoro preciso, dove nulla sembra essere lasciato al caso. 

L’attenzione ai particolari, la ricerca che si cela dietro ogni argomento trattato fanno parte del modo in cui l’autrice concepisce l’esperienza letteraria: come un lungo viaggio in mare o una spedizione polare a cui ci si prepare con cura meticolosa, allo scopo qui di illustrare i rischi e le modalità di rapportarsi e gestire le spinte istintuali dell’esperienza umana.

Nel terribile incidente che si sviluppa durante il baccanale organizzato dai ragazzi e nella successione di eventi che trascinano il gruppo verso un vortice distruttivo, Donna Tartt sembra voler far riflettere sul profondo divario che esiste fra la società moderna e quella greca antica nel gestire le pulsioni irrazionali dell’individuo, sull’importanza che il mito aveva nell’esorcizzatene i lati più distruttivi e sui rischi di riabilitare una dimensione sensoriale istintuale in una modernità scettica e nichilista che ha perso il contatto con la funzione celebrativo-contenitiva delle proprie credenze mitologiche.

6 Replies to “Dio di illusioni (The secret story). Donna Tartt. 1992”

    1. Ti ringrazio! Avevo letto il saggio di Dodds un po’ di tempo fa e quando l’ho visto citato dalla Tartt in apertura alla seconda parte del libro non ho resistito a fare parallelismi. Mi è piaciuta anche la tua recensione che dà risalto a considerazioni di natura più educativa, anch’esse molto interessanti. Questa storia è davvero capace di stimolare svariate riflessioni. Ho apprezzato molto questo aspetto della scrittura della Tartt e non vedo l’ora di proseguire con le opere successive.

  1. Il libro mi è paiciuto molto, ma ancor di più la tua recensione. Nel libro ho trovato un unico difetto, la carenza di definizione della figura del professore di greco, che inficia la credibilità dell’ascendente di lui sui ragazzi. Per il resto concordo pienamente.

    1. Grazie mille! In effetti il personaggio del professore è lasciato in parte all’immaginazione del lettore forse in linea con il tema della mancanza di figure genitoriali nel mondo dei ragazzi o per non oscurare la loro evoluzione narrativa. Ma la sua natura a tratti indefinita è sicuramente un elemento interessante su cui riflettere criticamente.

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