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Scalando la montagna magica. Aria Sottile. Jon Krakauer. 1997

Il tempo della narrazione è l’estate del 1996, quando diversi gruppi di scalatori tentano di raggiungere la cima del monte Everest. Il monte himalaiano è quindi lo spazio geografico dove si svolge la storia, un luogo estremo e lunare cui l’essere umano ha sempre cercato di accedere.

Chiesero una volta a George Mallory, uno dei primi ad attaccarne la cima, “perché vuole scalare l’Everest?” “Perché è lì” rispose lui, sottintendendo che la scalata dell’Everest può riguardare l’atteggiamento con cui affrontiamo gli ostacoli che ci sbarrano la strada nella vita e che non ha semplicemente a che fare con il conquistare la montagna, ma piuttosto con il conquistare qualcosa all’interno di noi stessi. Uno spazio fisico dunque, la cui presenza trascende la fisicità riuscendo ad alimentare uno spazio immaginario quasi magico, carico delle proiezioni di tutti quelli che si sono avvicinai all’idea di scalarne le altitudini maestose.

L’Everest, conosciuto anche in tibetano come “madre dell’universo” o in nepalese come “dio del cielo”, è la montagna più alta al mondo sita al confine tra Cina e Nepal. Con i suoi 8848 metri di altitudine, si distingue anche come la regina delle Seven Summits – le montagne più alte per ciascuno dei sette continenti della terra. I primi tentativi di scalarlo risalgono agli anni ’20 da parte di varie spedizioni. Nel corso di quella britannica del 1924 George Mallory e Andrew Irvine riescono quasi a raggiungere la cima ma scompaiono durante l’assalto alla vetta: saranno solo i primi di una schiera d’impavidi scalatori sconfitti dalla montagna e scomparsi tra le sue pareti.

La prima ascensione certa avviene il 29 maggio 1953 ed è compiuta dal neozelandese Edmund Hillary e dallo sherpa Tenzing Norgay. La prima ascensione femminile avviene invece nel 1975 da parte della giapponese Junko Tabei. Sono poi Reinhold Messner e Peter Habeler nel 1978 e Messner in solitaria nel 1980 a scalare la vetta senza ausilio di ossigeno supplementare. In seguito, sempre più persone attratte dal mito dell’Everest decidono di tentarne l’ascesa, fino a farla divenire negli ultimi anni una destinazione quasi turistica.

In fatti, quando la rivista Outside chiede al giornalista e scalatore Jon Krakauer di unirsi alla spedizione organizzata dalla famosa guida Rober Hall per scrivere un articolo riguardante la commercializzazione della montagna, il campo base dell’Everest è gremito – almeno cinque agenzie con folti gruppi di clienti. Proprio la disorganizzazione dovuta all’affollamento insieme a una terribile tempesta improvvisa determinano la tragedia che si consuma in vetta il 10 maggio 1996. Quel giorno, in primo pomeriggio molti scalatori raggiungono la cima a 8848 metri ma, causa il dilatarsi del tempo di discesa per la scarsa visibilità e il maltempo, otto persone restano bloccate in quota e perdono la vita nel tentativo vano di ritrovare la strada verso il campo base.

Aria sottile è il racconto dettagliato delle loro storie, nello stile vivido e attento ai dettagli umani che caratterizza la prosa giornalistica di Krakauer, abile nel raccontare la complessità dei comportamenti radicali – vedi anche il libro Nelle terre selvagge che ripercorre la vita e i viaggi estremi di Christopher McCandless.
In Aria Sottile la storia si sviluppa seguendo con la tensione fisica, psicologica ed emotiva che spinge gli scalatori a raggiungere la vetta dell’Everest. La tragedia conseguente ci porta a interrogarci riguardo il coraggio e le ragioni li hanno motivati. L’audacia di tale decisione non deriva solo dalla coscienza della fatica fisica cui sottoporsi, ma anche dallo sforzo psicologico necessario per autoimporsi di affrontare quella che è comunemente nota con il nome di “zona della morte”, ossia l’area che si trova al di sopra dei 7000 metri dove, a causa della mancanza di ossigeno, le funzioni vitali dell’organismo iniziano a spegnersi e le cellule del corpo a morire.

“Una volta lasciate alle nostre spalle le comodità del campo base, la spedizione divenne in effetti un’impresa quasi calvinista. Il rapporto fra sofferenza e piacere era superiore in ordine di grandezza a quello di qualsiasi altra montagna che avessi mai scalato; arrivai ben presto a capire che scalare l’Everest era innanzi tutto una questione di resistenza al dolore. E mentre ci assoggettavamo una settimana dopo l’altra a fatiche, tedio e sofferenza, mi colpì l’idea che probabilmente la maggior parte di noi inseguiva soprattutto qualcosa di simile a uno stato di grazia.”

La scalata dell’Everest del 1996 nella sua tragicità offre una storia che riesce a interpretare i comportamenti radicali come tentativi di ricerca di continuità tra categorie esperienziali acquisite e moti esplorativi innati: un ritorno a uno stato di grazia dove l’individuo sia in grado di scoprire la naturalità di una energia esplorativa che era stata progressivamente razionalizzata e fin quasi dimenticata.
Perché scalare l’Everest? Perché è lì, come disse Mallory, e perché è sempre stato lì e sempre lo sarà a rappresentare qualcosa di straordinario: un’esperienza di ascetismo laico che insegue moti esplorativi archetipici per sfidare l’impossibile, superare l’ordinario e spingersi verso qualcosa di antico e prezioso alimentato dalla sostanza inconsistente di cui sono fatti i sogni.

Leggere questo libro è una grande e particolare esperienza: la storia si legge tutta di una fiato pensando allo stesso tempo “cose da pazzi…” e ” però se…”

2 Replies to “Aria Sottile | Into Thin Air by Jon Krakauer, 1997”

  1. Non l’ho letto ma ho visto il film di Kormàkur, semplice e profondo. Con il film fino un terzo pendo più dalla parte di chi si chiede però se… tipo però se riuscissero e riuscissi a farcela… La fine tuttavia getta un po’ di ombra su tutto. Ora mi è venuta voglia di leggere il libro!

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