Abbiamo sempre vissuto nel castello. Shirley​ Jackson. 1962

Shirley Jackson; Abbiamo sempre vissuto nel castello;

Con grandissima felicità siamo riuscite a leggere il nostro primo libro di Shirley Jackson, un’autrice che da parecchio tempo ci incuriosiva. Descrivere le sensazioni che abbiamo provato leggendo Abbiamo sempre vissuto nel castello non è impresa semplice. Questo romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1962, e solo nel 1990 in Italia, ci ha lasciate davvero a bocca aperta.

Ci aspettavamo un libro che ci facesse paura (la Jackson in libreria è collocata nella sezione horror), che ci facesse sobbalzare dall’ansia per una serie di colpi di scena improvvisi e spaventosi, e invece abbiamo letto un romanzo che senza aver bisogno di “alzare la voce” ci ha tenute attaccate a lui con passione e curiosità. L’autrice americana riesci infatti a creare uno stato di perenne suspense senza che nulla di davvero sconvolgente accada. Un romanzo che ci ha fatto scoprire una scrittrice che vale la pena di essere letta.

La gabbia dorata di Merricat e Constance

In un tempo indefinito e in un luogo che non viene mai svelato, trascorrono la vita le due sorelle Blackwood: Mary Katherine (Merricat) e Costance. Nella grande casa di famiglia scorrono giornate fatte di routine che infondono sicurezza, di manicaretti profumati e di un senso di stasi che a tratti angoscia e a tratti rassicura.

Tutta la storia si svolge in una sorta di gabbia dorata, dove il tempo sembra essersi fermato, dove nulla sembra avere un senso e dove tutto è ricoperto da un velo di sottile mistero. Le due sorelle, che vivono con uno zio costretto su una sedia a rotelle, si ritrovano in una condizione di esilio, di solitudine forzata, che per quasi tutto il libro in realtà non viene mai percepita come strana o anomala da parte dei protagonisti. 

 L’incipit

Una delle prime cose che ci ha colpito di questo libro è l’incipit. Era davvero da moltissimo tempo che non ci capitava di leggere un incipit così ben strutturato, coinvolgente, di quelli che in poche righe riescono a conquistare la curiosità del lettore.

“Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore.  Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.” 

Leggendo Abbiamo sempre vissuto nel castello

Nonostante l’assenza di colpi di scena, scene horror e presenze sovrannaturali, tutto il libro è una lunghissima sequenza di quotidiana follia, che fa capolino, senza mai essere chiamata per nome. L’incipit ne è la prima prova tangibile, nel momento esatto in cui Merricat annuncia senza scomporsi che, salvo la sorella e lo zio, tutti i membri della sua famiglia sono defunti. 

Grazie a una superba caratterizzazione psicologica dei personaggi e a una minuziosa descrizione della casa/gabbia, la lettura di Abbiamo sempre vissuto nel castello risulta essere scorrevole e avvincente. Con un linguaggio semplice ed efficace, la Jackson è in grado di far nascere dentro il lettore un profondo senso di inconsapevole ansia e claustrofobia. 

Con una buona dose di leggerezza e con la sua capacità di sottendereShirley Jackson è stata in grado di raccontare una storia in cui la dicotomia tra bene e male è molto sottile. La malvagità (che a tratti è crudeltà profonda), non viene associata solo alla sfera dei “cattivi”, ma appare essere insita nella vita stessa. 

Un romanzo adatto non solo agli amanti del genere, ma anche a tutti quelli che amano le trame che celano sentimenti profondi e personaggi che sembrano parlare direttamente al lettore.

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